Soffia il vento da “Nordest”: qualche domanda a Blumosso

Blumosso è uno dei nomi che seguiamo sempre con maggior piacere, noi di Indielife.

Idee chiare, poetica definita da una consapevolezza della tradizione che sa farsi futuro, voce adatta a timbrare l’ascolto fin dai primi trenta secondi di “Nordest”, il singolo di ritorno del musicista pugliese e primo passo di un trittico che, nei prossimi mesi, darà corpo ad un nuovo, attesissimo EP.

Abbiamo fatto qualche chiacchiera con Simone, per farci un’idea di quale sia il suo punto di vista su diverse cose.

Eccoci Blumosso e che piacere averti qui, su Indielife. Senti, so che non sopporti più di buon grado né la parola “emergente”, né la parola “cantautore”. Se il motivo del primo rifiuto lo capisco (con l’esperienza che hai sulle spalle, inevitabile che certe paroline oggi infastidiscano: ma poi, “emergere” rispetto a cosa?), sul secondo vorrei capire meglio. Ci spieghi, nel dubbio, il perché di entrambe le reazioni allergiche che le due paroline ti scatenano?

Ciao! Mi preme precisare che la mia presa di posizione di fronte a questi due termini non è dovuta al volersi autoproclamare migliore di altri o robe del genere. Semplicemente, nel primo caso, indipendentemente da quello che ho fatto, credo di avere un età (33 anni) in cui il termine “emergente” attribuito alla mia persona sia inappropriato. Emergenti sono gli artisti che si affacciano al mondo della musica con i primi lavori. Io sono più un “cantautore sfigato”… ops… ho detto cantautore… scherzo; in questo periodo vedo l’uso di questa parola ovunque, anche per chi fa trap, ed io, da artista attempato quale sono, nostalgico della vecchia scuola cantautorale quale sono, ne rimango un po’ turbato. Sempre ben predisposto però ai cambiamenti dovuti ai tempi, mi avvalgo in questo caso della facoltà di preferire, per il momento, altri appellativi (come ad esempio musicista), e non “cantautore”. 

La scrittura, tu, l’hai declinata in diverse forme e modalità. Dalla canzone alla poesia, fino ad arrivare al romanzo: ma quale rimane il tuo medium preferito? E soprattutto, quando capisci di aver scritto qualcosa che vale la pena consegnare ai posteri? 

Non lo capisco, e forse è sempre stato questo il mio problema! Scherzo anche qui (ultimamente mi sento simpatico); credo che il punto di partenza sia guardare negli occhi te stesso, quando sei solo, a casa, e dire: “Ti piace quello che hai fatto? Ti soddisfa?”. Questa è la base di tutto. 

Quali sono, secondo Blumosso, gli ingredienti essenziali per fare musica nel modo giusto, oggi. 

Non esiste, secondo me, un modo giusto di fare musica. Esistono le note musicali e “il tuo modo” di sentire quelle note. 

Con “Nordest”, in qualche modo, segni uno stacco dal passato. Non esiste percorso che inizi a metà strada, e anche in questo brano si avverte tutto il carico poetico di un’estetica precisa, che non perde la sua vena profondamente nostalgica. E’ saudade, quella che si respira nella tua musica? E cosa vuol dire per te questa parola, da amante del Portogallo quale sei? Oppure siamo noi, che dobbiamo ormai trovare a forza la malinconia in ogni cosa? 

Credo comunque che in “Nordest” lo stacco si noti più a livello produttivo. Dai prossimi brani in poi si noterà di più lo stacco, anche a livello compositivo. Perché paura mi fa non cambiare mai. Di saudade credo di aver parlato ampiamente in passato. Certo se uno d’indole è fatto in un certo modo, poi credo sia normale che certe peculiarità emergano se non sempre, spesso. Parliamoci chiaro: dobbiamo trovare malinconia in ogni cosa perché siamo una, due… tre generazioni d’insoddisfatti. Chi più chi meno. E poi, c’è da dire anche che siamo cresciuti con ‘sta cosa della poetizzazione della malinconia. Ma la vera malinconia, quella reale, disagiante, spossante; quella che non sta nelle canzoni o nei film o nei libri. Quella che di poetico non ha proprio nulla. 

Un terno di brani che, nel giro dei prossimi mesi, porterà alla pubblicazione di un nuovo EP. Per i tempi di oggi, sembri andare di fretta! Scelta di resistenza, in direzione ostinata e contraria, oppure intuizione di marketing? O magari, entrambe le cose…

Scelta dovuta al fatto che ho delle cose da dire e le voglio dire. Serve a me stesso, per stare a posto con me stesso. Per stare in equilibrio. E per trovare qualcosa di buono in questo modo di portare avanti le nostre esistenze (pre e post COVID) che mi piace sempre meno. La musica è la mia evasione. 

Oggi sembra che gli artisti abbiano sempre più paura a pubblicare album: tutti procedono per singoli, cercando di combattere contro la paura di essere irrimediabilmente dimenticati. Come mai, secondo te? E questo sovraffollamento del mercato italiano è segno di ricchezza o di grande confusione?

È segno di questa morbosa “voglia di apparire”, di cercare protagonismo. Ed è anche colpa di chi ha abbassato il livello. Viviamo un tempo mediocre, fatto di società mediocri, e la musica è lo specchio della società: mediocre. 

Tutti procedono per singoli perché il sistema prevede quello. Non è che si ha paura degli album, è che non si ha la voglia (perché non serve). 

Io personalmente, faccio l’album, ma perché piace a me. Mi piace proprio: pensare le copertine, la tracklist. È un processo per me stimolante. Ed io cerco stimoli. 

Chiudiamo con la più cattiva delle domande: un’opinione altamente impopolare che oggi, qui, sei costretto a rivelare di condividere solo per i lettori di Indielife.

E che problema c’è: l’intero sistema musica moderno mi fa cagare ma, purtroppo, non ho i soldi per comprarmi una navicella e andare a far musica su Marte

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