IL SALTO

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Mi chiamo Carlo Ravona, sono uno scrittore e voglio farla finita.

Sono qui seduto sul ciglio di un cavalcavia, sotto di me scorre lento un fiume ed intorno vedo solo boschi e montagne. Sono solo, ho scelto questo posto perché è chiuso al traffico. L’asfalto sul ponte ha bisogno di manutenzione e le macchine le deviano tre chilometri a sud. Oggi è domenica e non ci sono nemmeno gli operai. È un giorno perfetto. Come può uno scrittore, una persona abituata a viaggiare con la mente, ha creare nuovi mondi solo con la forza del pensiero, scegliere di abbandonarsi alla disperazione e desiderare di farla finita? Ma l’uomo è un animale strano, è capace di essere forte come una roccia e fragile come una foglia d’inverno. Spesso le sottili differenze appaiono nello stesso istante senza mai riuscire a vederle. Non si sente niente, tranne lo scorrere dell’acqua e il verso di qualche animale che, lontano da me, marca il suo territorio. Quante volte sono stato solo con me stesso, quante volte ho amato queste situazioni per tirare fuori le migliori storie dal mio cilindro magico. Ora mi trovo in una situazione simile e con una vecchia macchina da scrivere sulle gambe, sto scrivendo la fine della mia storia. Lascerò la macchina da scrivere e i fogli dentro la mia auto. La troverà qualche operaio domani mattina, non direi lo stesso del mio corpo. Quello lo affiderò al fiume sotto di me, in questo periodo dell’anno è gonfio e ti può portare lontano. Ho sempre vissuto la mia vita seguendo i miei obbiettivi e devo dire, che mi hanno portato lontano. Sono stato fortunato ed ho realizzato il mio sogno fin dalla pubblicazione del primo romanzo. Ricordo di averlo mandato ad un concorso nazionale senza pretese, lavoravo come dipendente di un supermercato ed avevo vent’anni. Fui spinto dai miei amici ed io, senza aspettarmi nulla, ho inviato il frutto delle mie prime fantasie. Ho sempre scritto per me stesso, dentro di me c’era la voglia di emergere, ma il critico più spietato di un artista è sempre stato sé stesso. Ricordo lo stupore e le lacrime davanti a mia madre quando risposi al telefono ed una segretaria mi annunciava che il mio romanzo aveva vinto e sarebbe stato pubblicato da un importante editore. Avevo scritto un thriller, un romanzo non troppo lungo come vanno di moda in America. Quello che poi sarebbe diventato un prezioso amico e collaboratore, si presentò nel suo ufficio una settimana dopo quella chiamata. Io, un ragazzo di vent’anni con le gambe tremanti, lui un giovane di trenta direttore di una grande casa editrice e sicuro di sé. La prima volta che lo vidi mi andò antipatico, era il classico figlio di papà che non aveva mai dovuto faticare per ottenere qualcosa nella vita. Ricordo che ne parlai con mio fratello, lui come al suo solito si mise a ridere e mi disse di aspettare. Aveva ragione lui, come sempre d’altronde. Dopo quel primo incontro e quel primo contratto, seguirono altri incontri e altri contratti. Quanti anni sono passati, ora ho quarant’anni, sono uno scrittore famoso e molte persone in Italia mi adorano. Lo so dovrei essere felice, non trovarmi qui a scrivere questo mio ….. non so nemmeno io come chiamarlo; Monologo, testamento, pagina di un diario, fate voi per me. Ma ogni cosa è come una medaglia, ed ogni medaglia a due facce. La mia bellissima favola cambiò direzione una mattina di quattro anni fa. Quel giorno lo ricordo come se fosse ieri ed ogni notte lo rivivo, bagnando le lenzuola di sudore e lacrime. Per ironia della sorte, io che ho sempre riempito le mie pagine di incubi e di persone che ne subiscono la loro forza, io che ho impaurito tanti lettori con alcune mie storie horror, ora mi trovo a vivere la vita dei miei personaggi. Mi sembra di vivere in un mio romanzo ma questa volta, non sono io lo scrittore. Non sono io che decido chi vive e chi muore, chi muove i fili e perfeziona la trama. L’artista e qualcosa di più grande e più potente di noi. Devo dire che è un ottimo scrittore, ha inserito il colpo di scena nel momento giusto. Nel grande libro che è la mia vita, quella mattina di quattro anni fa, è il capitolo che fa sobbalzare i lettori dalla sedia. Sono quelle pagine che leggendole senza prendere fiato, ti ripeti che non può essere vero quello che stai leggendo. Eppure è così, nella vita reale succede di tutto ed è per questo che è così bella ed imprevedibile. Nessuno di noi, nemmeno lo scrittore più talentuoso, potrà mai scrivere una storia come la vita.

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Quella mattina mi trovavo nella mia stanza intento a scrivere il mio ultimo romanzo, ero concentrato su quella che poi sarebbe stata la mia storia incompiuta. Sentì di colpo dei rumori provenienti dal bagno. Chiamai mia moglie, convinto che avesse fatto cadere qualcosa. Non mi rispose, nonostante la chiamai ripetutamente. Mi alzai preoccupato e la trovai svenuta a terra nel bagno con i trucchi sparsi sul terreno. Chiamai immediatamente l’ambulanza e andai con loro all’ospedale. Il mio incubo iniziò lì, con mia moglie nel letto di un ospedale ed un medico che, dopo ore di attesa, si presentò da me con il suo vocabolario forbito da termini medici. Lo pregai di essere più chiaro, non volevo bugie e nemmeno giri di parole. La verità, anche quando è pronta schiaffeggiarti duramente, va affrontata di petto. Il medico accolse la mia richiesta e mi annunciò la terribile malattia che mia moglie aveva preso. Un terribile tumore al cervello che si era ingrandito nella mente di mia moglie, nel più totale silenzio. Quella mattina aveva deciso che era arrivato il momento di farsi sentire e scelse lo svenimento per annunciare la sua presenza. Devo ammettere che fu un entrata in scena con stile. Mia moglie iniziò il lungo calvario che quella brutta situazione ti porta a vivere. Operarono d’urgenza e cercarono di togliere la massa tumorale che si era formata. Purtroppo non tutta la massa poteva essere asportata, una parte aveva intaccato delle zone importanti del cervello. Togliere chirurgicamente anche quella parte, avrebbe tolto a mia moglie delle funzioni importanti nei movimenti del corpo. Scelsero di attaccare quello che rimaneva del tumore, con le sedute di chemioterapia. Vidi la bellezza di mia moglie sparire giorno dopo giorno, ma il mio amore per lei diventò sempre più forte. Annullai completamente la mia esistenza, le storie ed i mondi nella mia testa svanirono come una bolla di sapone nell’aria. Mi appellai a tutti, uomini in terra e spiriti religiosi. Contattai i migliori medici e pregai come non avevo mai fatto in tutta la mia vita. Ma quell’essere spietato continuava a divorare mia moglie dall’interno. Si prese subito i suoi capelli, i suoi bellissimi capelli color tramonto. Ci prese in giro, nascondendosi di nuovo e facendoci credere che fosse andato via, ma riapparve proprio quando stavamo iniziando a riprenderci le nostre vite. Il secondo ciclo indebolirono parecchio mia moglie che faceva sempre più fatica a muoversi e recarsi all’ospedale. La vedevo spegnersi e lasciarsi andare ogni giorno di più. Ero rimasto solo io a combattere e sperare per entrambi. Ho passato giorni interi con la testa tra le mani, a tormentarmi se fosse giusto per lei continuare a combattere o sperare che la morte ponesse fine alle sue sofferenze. Mi sentivo un egoista se volevo continuare con le cure e mi sentivo un insensibile se speravo nella sua dipartita il più presto possibile. Quello che ti uccide di più è il dubbio, il non sapere dove muoversi. Ti senti come in un bosco di notte e con la nebbia che ti circonda. Non vedi la strada e non sai dove andare. Un anno durò quella tremenda passeggiata nel buio e nella paura, un anno di declino fino agli abissi più profondi. Quello che era rimasto della mia amata moglie, mi guardò per l’ultima volta dopo un anno esatto dalla scoperta della malattia. Decisi, negli ultimi mesi, di lasciarla a casa. Desiderava lasciare questo mondo nel calore del letto e accanto a me. Io, ormai rassegnato, volevo la stessa cosa. Era diventata pelle e ossa, quell’essere stava rosicchiando gli ultimi brandelli di carne del mio grande amore, ed io lo vedevo cibarsi senza poter fare nulla. Il giorno che la vidi andare via dalla mia vita pioveva e faceva freddo. Era sdraiata sul letto ed io al suo fianco che gli tenevo la mano. Stavo rivivendo la stessa scena che avevo vissuto con mia madre e dentro stavo morendo anch’io. Mia madre lasciò questo mondo a novant’anni, senza molte sofferenze e scendendo nel sonno. Aveva vissuto a pieno la sua vita e andò via guardandomi e sorridendomi appena. Mia moglie aveva trentasette anni, aveva sofferto le pene dell’inferno nell’ultimo periodo e non la vedevo ridere da circa un anno. Vidi il suo respiro rallentare e la presa nella mia mano perdere forza. Quando mi guardò per l’ultima volta, la vidi accennare un sorriso con gli occhi e questo mi fece un male tremendo. Aveva sofferto tanto e sentiva le sofferenze affievolirsi. Eravamo soli e quando vidi il suo petto rimanere fermo, piansi per tutta la notte. Fuori il tempo era peggiorato, una semplice pioggia si era trasformata in un temporale. Chiamai il medico la mattina dopo ed iniziai ad organizzare il funerale. Nonostante la costante presenza dei miei amici, mi sentivo solo e mi ci sento tutt’ora. Ma il destino, quando inizia a giocare, non finisce mai subito.

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Senza mia moglie, la mia vita non era più la stessa. Passavo giornate a poltrire a casa senza combinare nulla. Il mio editore, pur capendo la mia situazione, mi assillava per avere qualcosa da pubblicare. Io non riuscivo a scrivere nemmeno la lista della spesa. Mi diedi anche all’alcolismo. La bottiglia riempì presto le mie giornate ed affogò i miei pensieri. Ma i pensieri, come i problemi, sanno nuotare benissimo. Mio fratello veniva spesso a trovarmi e mi aiutò ad uscire dal quel momento di alcolismo. Con il suo aiutò buttai ogni singola goccia di alcol e cercai di riprendere in mano la mia vita. Così avrebbe voluto la mia cara moglie e così io dovevo fare. Lo dovevo fare non solo per me, dovevo rialzarmi per onorarla. Il prezioso aiuto di mio fratello terminò un pomeriggio d’inizio estate. Era metà giugno e mio fratello si recò nel suo posto preferito. Era nato per volare. Aveva sempre preferito le nuvole alla terra ferma. Mentre io, vigliaccamente, preferivo volare con la fantasia, lui voleva letteralmente attraversare le nuvole e fisicamente guardare il mondo dall’alto. Iniziò con il paracadutismo, lo praticò al livello sportivo anche dentro l’esercito. Vinse qualche medaglia e vari riconoscimenti nelle competizioni internazionali. Dopo dieci anni di paracadutismo sportivo, passò agli altri sport come il parapendio. Divenne molto famoso e molte marche del settore lo chiamavano per fargli pubblicizzare il loro prodotti o per farglieli testare. Amava soprattutto le tute speciali con le ali. Mi diceva sempre che con quelle hai veramente la sensazione di volare. Quella mattina si trovava in Tibet, doveva testare una nuova tuta alare ed aveva scelto le montagne del Tibet perché in quel periodo era stupendo sorvolarle. Come ho già detto prima, quando il destino inizia a giocare, lo fa per lungo tempo. Io mi trovavo a casa, al posto della vodka optai per una tisana e cercavo di riprendere in mano il mio libro. Era stata da sempre una mia abitudine, quella di scrivere con la musica di sottofondo. Quella mattina scelsi di accendere la radio e la musica terminò improvvisamente quando ascoltai una notizia straordinaria. La giornalista disse che un nostro connazionale era morto durante un volo con una tuta speciale. Fece il nome di mio fratello che, con gli anni era diventato molto famoso in Itala e nel mondo, ed io avvertì il gelo nelle mie vene. Mi alzai di scatto, andai in salone ed accesi la televisione. Un’altra edizione speciale del telegiornale stava dando la notizia trasmettendo le prime immagini dal Tibet. Tutti confermavano che si era trattato di un incidente e che la vittima era proprio mio fratello. Il resto del mio mondo che ancora si reggeva in piedi, in quel momento, crollò come una vecchia casa durante un terremoto. Avevo ancora in mano la tazza con metà tisana ancora fumante. Gettai nel lavandino il liquido, uscì di casa e andai a comprare una bottiglia di Bourbon al supermercato. Il resto del giorno lo passai a guardare la televisione e a scolarmi quella bottiglia, crollai ubriaco sul divano. Il telefono squillò a lungo ma io non lo sentivo. Ero rimasto da solo, l’ultimo membro della mia famiglia era morto. Come può un uomo rialzare la testa, quando c’era sempre qualcuno pronto a spingerti nelle tenebre. Il giorno dopo mi svegliò il citofono e il terribile mal di testa che ne seguì dopo il risveglio. Era il mio amico e direttore editoriale che, avendo appreso la notizia, si era precipitato a casa mia. Cercai di darmi una sistemata come potevo e gli aprì. Lui vide subito la bottiglia vuota vicino al divano e mi diede uno schiaffo tremendo. Mi buttò sotto la doccia e mi portò fuori a fare una passeggiata. In un bar e davanti ad una tazza di caffè, cercò di consolarmi. Fece appello a tutti i discorsi e a tutte le parole che si usano in quelle circostanze. Mi disse che dovevo riprendere in mano la mia vita perché le persone che mi avevano lasciato, non avrebbero voluto vedermi in quello stato. Tutte belle parole, tutti discorsi che avrei fatto anch’io al suo posto, ma non servivano a ricostruire il mio stato d’animo. Nel mio cuore sentivo solo macerie e grida di dolore. Per la ricostruzione serviva tanto coraggio ed io in quel momento né ero sprovvisto. Buttai tutto al cesso per la seconda volta. Non ripresi a bere solo perché avevo fatto una promessa a mio fratello. Ma mi mancava, così come mi mancava mia moglie. Ogni notte addormentarmi su quel letto vuoto alla mia destra, è come una pugnalata costante al cuore. Dopo vari mesi, passati a vegetare dentro casa, oggi sono venuto qui. Sono esattamente due anni che è morto mio fratello e tre anni che è morta mia moglie. Il mese scorso sono stato al cimitero e gli ho portato i fiori, sarebbe stato il suo compleanno. Oggi invece è l’anniversario di morte di mio fratello e sono venuto qui.

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Non sono mai stato un lottatore, un coraggioso. Mi sono sempre nascosto nei miei mondi di fantasia per evitare la realtà e nonostante questo, ironia della sorte, lei si è presa gioco di me prendendomi a schiaffi. Ho scelto questo posto non ha caso. In questo posto, proprio nel punto dove sono seduto ora, vidi per la prima volta mio fratello volare. Aveva appena compiuto diciotto anni e mi aveva chiesto di regalargli un tuffo nel vuoto. Decisi di assecondarlo, di nascosto dai nostri genitori che ovviamente non sapevano nulla, lo portai in questo posto dove alcune persone si buttavano dal cavalcavia legati solamente da un elastico alla caviglia. Ricordo di averlo visto volare nel vuoto, di aver sentito il mio cuore in gola e di vederlo rimbalzare come una pallina da tennis. Io ero in preda al panico e lui rideva gridando che quello era il compleanno più bello della sua vita. Così come allora, in questo stesso punto, il panico si è preso quello che resta del mio cuore e della mia mente. Mi alzo in piedi e mi tuffo così come fece mio fratello tanti anni fa.

L’elastico che Carlo si era legato alle caviglie si tese, lui vide la terra avvicinarsi ed allontanarsi diverse volte. Quando era in aria chiuse gli occhi, poi li riaprì sentendo la voce di suo fratello che lo prendeva in giro. Venne a tirarlo giù il suo amico ed editore insieme alle forse dell’ordine. Era tutto il giorno che non rispondeva e lo trovarono grazie alla localizzazione del suo telefonino. Carlo si riprese dalla depressione e quello che avete letto è la fine del suo ultimo libro. Questa volta non scrisse una storia di fantasia ma volle raccontare la sua esperienza come monito per tutte le persone che soffrono di depressione. Non bisogna mai arrendersi.

Clementi Simone

Immagini prese da google Immagini

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