IL TAVOLO DEI VETERANI

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Si vedono tutti i giorni intorno ad un tavolo. Hanno già fatto tutto, la loro vita è trascorsa veloce, tra alti e bassi, ed ora si godono il meritato riposo. Si sono conosciuti nel centro anziani, giocano a carte, discutono e parlano della vita. Quel giorno la loro attenzione fu catturata da  una notizia apparsa sul giornale comprato da uno di loro. Una notizia di poco conto che avrebbe scatenato solo nervosismo nella maggior parte delle persone. Ma quello che scatena in una persona, può far nascere qualcosa di diverso in un’altra, dipende dalla propria storia.

<< Guardate, domani porteranno via quell’ordigno bellico trovato a pochi isolati da qui. Hanno già fatto evacuare tutte le case nei dintorni. Giulio, tuo figlio, non abita proprio lì?>>

<< Sì, infatti oggi è venuto a dormire da me. È incredibile che ancora trovano bombe in giro per tutto il paese. Ma quante ne hanno buttate?>>

<< Direi tutte quelle che servivano a liberarci>> intervenne Mario mentre calava l’asso.

<< Mai quante ne ho viste io nel deserto >> continuò Giulio, mentre seguiva la briscola che stava giocando in coppia con Mario.

<< Perché tu hai fatto la campagna in Africa?>> chiese stupito Davide, che giocava con Lorenzo.

<< Sì, ero nella Folgore>>

<< Anch’io mi trovavo in quell’inferno di sabbia, ero un carrista dell’Ariete>>

<< Pensa te, eravamo quasi vicini. Il mondo è proprio piccolo, anche quando si trova in guerra>>

<< Sapete una cosa? Ci conosciamo ormai da quasi cinque anni ma non sappiamo nulla delle nostre esperienze in guerra>> Riprese il discorso Davide. Gli altri smisero di giocare a carte ed annuirono guardandolo.

<< Perché non facciamo una specie di gioco, raccontiamo tutti la storia più strana ed eroica che ci è capitata durante le battaglie che abbiamo combattuto. La storia che ha preso più voti vince>>

<< Davide tu sei incredibile, cerchi di trovare il lato divertente anche nella guerra. Comunque io ci sto, tanto non abbiamo di meglio da fare>> anche tutti gli altri si accodarono al pensiero appena espresso da Lorenzo. Posarono le carte e si guardarono tutti negli occhi. Chi cominciava a raccontare?

<< Giulio comincia tu, stavi dicendo che hai fatto il paracadutista nel deserto di El- Alamein giusto?>>

Giulio annuì con la testa, si accese una sigaretta e tornò indietro nel tempo. Gli occhi persi nel vuoto, rivide scene e volti persi ormai negli angoli più nascosti della mente. Quegli angoli che quasi nessuno ormai vuole più rinvenire.

I Leoni della Folgore:

La vicenda che sto per raccontarvi è la bizzarra storia di un mio carissimo amico Giuseppe, anche lui con me in quell’inferno sabbioso. Condividevamo la stessa buca e ci conoscevano già da prima della guerra. Eravamo cresciuti nello stesso paese e quando ci arrivò la cartolina, decidemmo di fare la domanda per il nuovo reparto di paracadutisti che stavano formando poco fuori Roma. Quando gli inglesi, in quella famosa mattina di Ottobre, decisero che ne avevano avuto abbastanza di noi, tutto il reparto era pronto.

Erano diversi giorni che notavano movimenti sospetti nelle loro fila e avevamo intuito che presto avrebbero attaccato. L’attacco fu devastante, una pioggia di fuoco mai vista, cadde sulle nostre teste per non so quante ore. Dopo venne l’avanzata dei carri armati e noi, poveri disgraziati senza adeguati armamenti, ci difendemmo come potemmo.

Durante uno scontro il mio amico Giuseppe, venne gravemente ferito al braccio destro. Lo portammo immediatamente dal medico che fu costretto ad amputare.

<< Caporale Carbucci, la guerra per lei è finita. Dovrà tornare in patria>> ero felice per lui, ma ad oggi ancora non credo a quello che vidi e sentii subito dopo.

<< Colonnello il mio posto è qui con i miei amici a difendere la patria. >>

<< Ma lei non ha più il braccio destro!!>>

<< Non si preoccupi per questo, sono mancino!>>. Il mio amico Giuseppe morì due giorni dopo davanti ai miei occhi, schiacciato da un carro armato mentre cercava di farlo saltare con una molotov fabbricata con un po’ di benzina ed una bottiglia di whisky.

Si guardarono tutti negli occhi, avevano tutti storie simili e stavano solo cercando il coraggio di raccontarle e liberarsi dei fantasmi. Fu Lorenzo che iniziò a parlare dopo aver sorseggiato una limonata appena chiesta. Anche lui tornò parecchio indietro negli anni e riordinò i ricordi nella sua mente.

Gli alpini e il Ghiaccio della Siberia:

 Ricordo ogni cosa, come tutti noi, ma ricordo soprattutto il freddo. Il freddo che si prova a quelle altitudini, credetemi, non è minimamente paragonabile a quello che sentiamo noi qui. Quando calano le temperature fino a venti o trenta gradi sotto zero, quando intorno a te c’è solo steppa e ghiaccio, daresti anche l’anima al diavolo per un po’ di caldo.

Il vento che ti soffia sul viso, ti taglia come un coltello affilato. Dopo la disfatta del fronte i primi giorni di gennaio del 1942, molti di noi si dispersero e cercarono di tornare a casa in una disperata ritirata. Come sempre, i Russi avevano un alleato potente che noi non potevamo contrastare, il Freddo Artico.

Io feci coppia con un giovane soldato tedesco, un tenente che non aveva mai avuto simpatie naziste. Era originario della Baviera e sognava di studiare architettura. Quando gli arrivò la cartolina, si era appena iscritto all’università. Decidemmo di fare la strada insieme, non voleva tornare in Germania, almeno non fino alla fine della guerra.

Diceva di amare l’Italia e i suoi numerosi monumenti. Per uno come lui, il nostro paese era un’università vivente. Il suo piano era di nascondersi fino alla fine della guerra per poi studiare in Italia e laurearsi da noi. Un bel giorno, in preda ai morsi della fame, trovammo il cadavere di un soldato russo. Il mio amico tedesco, Franz era il suo nome, mi guardò negli occhi ed iniziò a spogliare e a disossare parti del corpo di quel ragazzo.

<< Cosa diavolo stai facendo Franz!? >> chiesi incredulo, anche se iniziavo a capire le sue intenzioni ma non volevo crederci.

<< Tu volere morire di fame amico? Carne umana essere buona per sopravvivenza>>

<< Ma non puoi mangiarlo, è disumano>>

<< Lo so, ma non voglio morire amico. Se tu vuoi, puoi non mangiare. Io cucinerò questo ragazzo appena ci fermiamo in una capanna>>

Non credevo ai miei occhi e non credetti nemmeno la sera quando, nascosti in una capanna abbandonata, Franz preparò il fuoco e iniziò a cucinare il braccio umano che si era portato dietro. Io non riuscì a farlo, preferì restare a digiuno. Riuscì a mangiare due giorni dopo, quando riuscimmo a catturare una volpe al confine con la Polonia.

 Ricordarono improvvisamente come la guerra ti rendeva immune a tutto e dopo un po’ consideravi normale le peggiori atrocità. I loro occhi avevano visto cose che avrebbero stupito anche un romanziere di libri horror. L’atrocità più brutta stava nel fatto che per un po’ quell’inferno era diventato la loro vita normale. Prese la parola Mario, un appassionato di ciclismo che aveva fatto il partigiano e soprattutto la staffetta sulle montagne al nord.

La resistenza e la guerra tra fratelli:

Io sono un po’ più piccolo di voi, quando avevo vent’anni correva l’anno 1943. Nella mia mente di giovane non c’era certamente la guerra e il servizio militare, certo la situazione in Europa e in Italia mi aveva colpito e mi ero già fatto un’idea sulla questione. Correvo in bicicletta già da qualche anno e speravo, dopo la fine della guerra, di diventare un corridore professionista. La guerra venne a bussarmi alla porta una mattina, si vestì da postino e mi consegnò il suo invito alla “festa” sotto forma di cartolina.

Mussolini, liberato dai tedeschi, aveva appena formato la sua Repubblica di Salò e cercava nuovi giovani per formare il suo piccolo esercito. Io, che non ero mai stato fascista e anzi avevo sempre finto, decisi di non ascoltare l’invito del Duce e di seguire alcuni miei amici corridori che avevano già scelto la strada della Resistenza. I capi, notando la bravura nel correre con la bicicletta, mi fecero fare la staffetta per portare le notizie e gli aggiornamenti per tutto il territorio da una banda all’altra.

La guerra che ho vissuto io è forse quella più brutta, perché è piena di terribili uccisioni e vendette tra italiani. Ricordo un episodio che vidi con i miei occhi che ha lo stesso scenario ma da entrambi le parti.

Una sera vidi un gruppo di Brigate Nere e di soldati tedeschi rastrellare una casa di contadini perché gli era stato detto che il loro figlio maschio era uno di noi. Assistetti alla scena nascosto tra gli alberi e vidi i soldati uccidere in maniera brutale e atroce i poveri vecchietti che non sapevano cosa rispondere. Ovviamente la soffiata era giusta, il loro figlio maschio era un partigiano ed io lo conoscevo. Poi passarono alla figlia di appena tredici anni, la violentarono a turno tutti quanti per poi buttarla in un fosso come se fosse spazzatura.

Dopo la guerra, iniziò la caccia al fascista. Io non ero molto d’accordo perché stavamo facendo, in alcuni casi, le stesse atrocità che avevamo subito dai nazisti e fascisti, ma dovetti stare zitto per non rischiare anch’io la vita. Un giorno riuscimmo a prendere uno dei giovani che aveva partecipato alla tremenda retata, lo prendemmo insieme alla sua ragazza. Lui aveva vent’anni e la fidanzata appena diciotto. Assistetti alla stessa scena di pochi anni prima, i protagonisti avevano solamente divise diverse. Il giovane fascista lo torturarono in ogni modo e con ogni mezzo per poi finirlo con un’esecuzione fantoccio. Alla ragazza, che aveva solo la colpa di aver amato un ragazzo che combatteva dalla parte sbagliata, le rasarono i capelli e la violentarono ripetutamente in venti.

La ragazza morì suicida dopo tre giorni di agonia, trovò un vetro con cui si tagliò le vene. 

Davide si accese una sigaretta e iniziò il suo racconto. Come tutti aveva gli occhi persi nel vuoto dei suoi ricordi rispolverati:

Il deserto visto da una “scatola di latta”:

Anch’io, come Giulio, ho vissuto parte della mia guerra nel deserto. Quando mi arrivò la cartolina mi assegnarono al reparto Ariete e diventai un carrista. All’inizio, ignaro del destino che stavo per affrontare, fui anche contento. Nella giovane ed inesperta mente, pensai che rispetto agli altri ero più protetto all’interno di un carro armato. Appena vidi i nostri famosi carri, iniziarono a venirmi i primi dubbi circa i miei pensieri sulla protezione. Tutti nell’esercito li chiamavano Le Scatole di Latta e noi eravamo come topi in trappola quando ci salivamo dentro. I problemi seri vennero quando ci spedirono al fronte di El-Alamein.

I carri degli inglesi erano a dir poco il doppio e montavano i famosi “88” come cannoni.

Noi avevamo i “44” che gli facevano letteralmente il solletico. La cosa più brutta, come dicevo prima, era la trappola che quelle scatole creavano, non potete capire il caldo tremendo che abbiamo provato durante il giorno con il sole a picco sul ferro rovente. Vidi molte atrocità e salutai per sempre molti amici, ma non mi scorderò mai delle urla che sentivamo dai carri colpiti al nostro fianco. Molti dei nostri rimanevano imprigionati all’interno del carro mentre veniva colpito e morivano bruciati vivi. Noi avevamo le mani legate e non potevamo fare nulla se non pregare per loro.

Davide decise di non continuare, il ricordo era troppo forte e finì il racconto, omettendo i particolari. Nessuno protestò, si trovavano nella sua stessa posizione e lo capirono perfettamente. Quello che era iniziato come un semplice gioco, si trasformò in un mix di ricordi erroneamente riportati a galla. Stabilirono la fine del gioco, non c’erano né eroi né vincitori.

Le guerre trasformano gli uomini in vincitori e anche chi si salva, resta un fantasma per sempre. Tornarono tutti nelle loro case e si diedero appuntamento al giorno dopo. Rimasti da soli, ognuno di loro cercò di seppellire nuovamente quei ricordi nella parte più lontana della mente.   

CLEMENTI SIMONE

Immagini prese da Google Immagini

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