LA TESTA MOZZATA

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Sam Hopkins era un uomo stempiato da un lato e con un fisico robusto, frutto di anni seduto sui grossi camion e di pasti veloci a base di hamburger ed ali di pollo fritto.

Aveva iniziato a fare il camionista circa cinque anni prima, dopo un lungo periodo di disoccupazione, alcol e droghe di ogni tipo. A diciannove anni partì per il Vietnam dove rimase per quattro anni, tornando devastato nel fisico e nella mente. Le associazioni di reduci cercarono di rimetterlo in sesto e di trovargli uno straccio di lavoro, senza ottenere risultati soddisfacenti. Il ritorno alla vita normale, aiutò molto Sam a dimenticare quello che aveva visto e fatto durante la guerra, ma il lavoro sembrava essere sparito per i veterani.

L’America aveva voltato le spalle ai figli che aveva spedito a tradimento in quell’inferno. Nell’esercito, molti di loro, avevano portato ogni tipo di mezzo ed avevano svolto differenti compiti senza batter ciglio, rientrati in patria, non riuscivano a trovare nemmeno un posto come benzinaio. Sam passò molti anni senza un soldo ed a carico dei genitori. Aveva pensato più volte al suicidio.

Fu un vecchio zio materno, che Sam non vedeva da molti anni, a salvargli letteralmente la vita. Sua mamma lo chiamò una mattina, preoccupata per il figlio e gli chiese una mano. Lo zio Sonny aveva una compagnia di trasporti nel Missouri, nella contea di Benton. Era stato anche lui un militare, aveva servito la patria e sconfitto i nazisti in Europa. Quando venne a sapere la storia di suo nipote Sam, lo chiamò e lo invitò a casa sua ad Edwards. Sam, con le ultime briciole di speranza e il biglietto pagato dalla mamma, prese il pullman da Bowling Green una mattina di metà aprile.

Sam venne accolto dallo zio Sonny con grande entusiasmo. Viveva da solo in una grande casa, le sue tre figlie avevano studiato e si erano trasferite a St. Luis con i rispettivi mariti. Lui continuava, alla veneranda età di settantacinque anni, a condurre la sua ditta di autotrasporti.

Sam non ricordava molto di quello zio, lo aveva visto un paio di volte quando aveva dieci anni, poi lo aveva perso di vista. La moglie, zia Wilma, era morta anni prima per colpa di un brutto male. Nonostante l’età e la condizione di vedovo, lo zio Sonny aveva un fisico ed una vitalità da far invidia ad un ventenne.

Sam entrò in quella nuova vita in punta di piedi e con grande passione e rispetto. Dopo un anno, passato a consegnare la merce all’interno della contea e in rari casi in altre parti dello stato, Sonny lo promosse alle consegne nazionali e gli affidò un grosso camion.

Sam amava molto quel lavoro, lo portava sempre a visitare nuovi posti e lo teneva occupato dai pensieri. Quella sera si trovava a Sioux City per caricare una grossa quantità di grano. La mattina aveva riempito il suo camion ed aveva un leggero anticipo sulla tabella di marcia. Doveva arrivare a Salina, nel Kansas entro due giorni e il viaggio durava solamente cinque ore. Si fermò in un motel lungo l’autostrada, pronto a ripartire con il carico la mattina seguente.

Un ragazzo con una maglietta da metallaro e i capelli lunghi e ricci, lo accolse alla piccola reception del motel. Quel posto era frequentato soprattutto da camionisti, agenti di commercio e truffatori di ogni tipo. Il ragazzo aveva sempre una pistola carica sotto il bancone, più di una volta era stato costretto a tirarla fuori per scoraggiare clienti troppo molesti. Si chiamava Charlie ed aveva ereditato quel motel dal suo vecchio che aveva lasciato questo mondo all’età di sessantanni per colpa del suo cuore difettoso. Il vecchio Barney aveva aiutato il cuore a mandarlo in pensione, annaffiando la vita con molti litri di Whiskey e sempre con un sigaro in bocca.

Charlie non rimase né sorpreso né dispiaciuto, suo padre era stato un ubriacone ed un violento per tutta la vita. La moglie e mamma di Charlie era scappata con un motociclista quando il ragazzo aveva sedici anni.

Gli diede un bacio ed un abbraccio una mattina di fine estate e sparì completamente dalla sua vita. Charlie accusò il colpo per tre lunghi anni, poi realizzò che doveva tenere duro, aspettare che anche Barney uscisse di scena e godersi quel piccolo lavoro.

<< Una singola signore? >>

<< Certo ragazzo, a meno che tu non voglia presentarmi tua sorella>>

<< Spiacente Signore, oggi è impegnata con un altro suo collega. Sarà per la prossima volta>>

Sam scoppiò in una fragorosa risata, gli erano sempre piaciute le persone che non si prendevano troppo sul serio. Frugò tra le tasche e tirò fuori i documenti. Charlie rispose alla risata con un largo sorriso e iniziò a compilare i dati sul registro.

<< Sei forte ragazzo, come ti chiami? >>

<< Charlie>>

<< Io son Sam>> la mano esile del ragazzo, sparì rapidamente in quella grande di Sam. Charlie si girò e prese le chiavi della 107.

<< Tenga signor Hopkins, spero si trovi bene >>

<< Sono abituato a viaggiare su e giù per tutto il paese su quel bestione che vedi parcheggiato lì fuori, per me questo è il paradiso. Buon lavoro ragazzo, vado a mangiare qualcosa e a riposarmi>>

<< Buona cena e buon riposo >>

Sam si avviò verso l’uscita mentre Charlie riprese in mano la rivista su donne e motori che stava leggendo. Ad appena pochi metri dal motel, c’era un fast food che serviva dell’ottima carne. Sam lo conosceva ed aveva già mangiato in quel ristorante. C’erano degli ottimi locali dove potevi gustare hamburger buoni, un po’ in tutto il paese, ma se volevi provare la carne di Bisonte, dovevi andare da Robert a Sioux City. Per metà Lakota, Robert aveva appreso dal suo popolo l’arte di come trattare e cucinare il bisonte ed aveva aperto il piccolo ristorante “Tatanka”.

La bistecca di bisonte venne accompagnata da ottimi boccali di birra e shot di bourbon invecchiato di tre anni. Sam tornò in camera barcollando e vistosamente alticcio. Charlie era sempre al suo posto, con la sua rivista in mano ed un sorriso divertito mentre guardava il suo cliente rientrare in quello stato.

Sam lo guardò e lo salutò distratto con un saluto militare, chissà poi perché aveva scelto quel tipo di saluto. Colpa dell’alcol, sicuramente. La stanza era piccola, con un letto posizionato sulla parete nord ed una scrivania nella parte opposta. Sopra ad essa, attaccato con un chiodo sulla parete in legno, c’era un grosso quadro raffigurante una testa mozzata di donna con i capelli di serpente sopra uno scudo.

Era una copia di un famoso quadro di un artista italiano, Sam aveva letto qualcosa una volta su una di quelle riviste che trovi negli studi medici. Guardò il quadro per alcuni minuti, la donna sembrava guardarlo a sua volta in maniera abbastanza aggressiva. Sembrava lo stesse giudicando.

<< Che hai da guardare? Non hai mai visto un uomo ubbriaco? Scommetto che ne entrano parecchi in questa stanza nelle mie stesse condizioni>>

Si rivolse al quadro come ad un passante, era fermo, in piedi e lo fissava ipnotizzato.

<< Ora mi metto a parlare anche con i quadri, maledetto pellerossa, ogni volta che vado a trovarlo, mi fa bere come una spugna. Gli voglio bene, ma devo imparare a dirgli di no>>

Quelle parole sembravano provenire da una ritrovata lucidità, poi Sam prese una lattina di birra dal frigo posto vicino al letto e sedendosi sula lato corto del letto, ricominciò a guardarlo con maggiore intensità.

<< Perché mi stai giudicando? Lavoro come un mulo sei giorni alla settimana. Sempre in viaggio per tutto il paese, con qualsiasi clima e non ho mai mancato una consegna o fatto un ritardo. Potrò una sera rilassarmi e bere un goccio in più? >>

Questa volta il tono era molto più contrariato e le parole erano maggiormente biascicate. Sam non riusciva a togliere gli occhi dal quel quadro, da quella donna che continuava, nella sua testa, a giudicarlo per quello che faceva.

<< Ma io non ti sto giudicando per quello che hai mangiato o bevuto questa sera, mio caro Sam, io ti sto giudicando per quello che hai fatto a Saigon nel ‘67>>

I serpenti iniziarono a muoversi, mentre una voce rauca e rovinata dal tempo, usciva da quella tela che adesso prendeva vita. Sam sobbalzò, facendo cadere la lattina sulla moquette grigia della stanza e rovesciando tutto il contenuto biondo. I suoi occhi si spalancarono riempendosi di paura mentre Medusa, dipinta nel quadro, sorrideva malignamente.

<< Te la ricordi l’estate del ’67 a Saigon? Ricordi quello che hai fatto? >>

Certo che se lo ricordava. Aveva passato anni a drogarsi pur di dimenticare quello che era successo in quel maledetto bordello. Non ne aveva parlato con nessuno, nemmeno con sua madre. Aveva tutt’ora terribili incubi che lo svegliavano nel cuore della notte. Il lavoro da camionista era stata una manna dal cielo perché poteva gestire quell’oscura pagina del suo passato, senza dare spiegazioni a nessuno se si svegliava improvvisamente con gli occhi spalancati dalla paura.

<< Non è stata colpa mia!>> si rivolse al quadro come ad un giudice federale in un’aula di tribunale. Il tono era disperato.

<< Non lo metto in dubbio, mio caro Sam. Sei entrato in quella stanza per farle del bene a quella povera ragazzina di tredici anni, vero? >>

<< Non ero l’unico a farlo, c’era la guerra e tutti abbiamo commesso azioni di cui ci pentiamo. Perché proprio io, perché non vai a tormentare qualcun altro? Conosco persone che hanno fatto cose peggiori delle mie e vivono tranquillamente le loro vite. Senza rimpianti >>

<< Non ti preoccupare Sam, verrà il momento anche per loro. Dovranno solo entrare in una stanza come questa, con un quadro appeso sulla parete. Ma ora è arrivato il tuo turno. Non nasconderti dietro la guerra, a te sono sempre piaciute le ragazzine, vero Sammy? >>

<< Non chiamarmi Sammy!>>

<< Perché non posso chiamarti Sammy? Perché ti ci chiamava la tua cuginetta Martha? Quanti anni avevate quel giorno di fine ottobre, tu quindici e lei solamente cinque, non è vero? >>

<< Smettila, lurida schifosa!!>> Sam urlo disperato mettendosi le mani nelle orecchie e chiudendo gli occhi. Il passato era tornato per prenderlo di nuovo a schiaffi, mentre Medusa continuava a parlare.

<< Te la giocasti bene con tutti, devo ammetterlo. Nonostante la giovane età, raccontasti una storia credibile ed il tuo orrore, diventò una tragedia senza colpevoli. Lanciare te e il corpo nel fiume per fingere una scivolata ed un tentativo di salvataggio, fu una mossa geniale. Ti credettero quasi un eroe, che ironia vero? >>

Sam era sull’orlo della disperazione. Iniziò a camminare avanti e indietro nella stanza come un matto. Medusa continuò a parlare, la voce penetrava nella mente di Sam come tanti aghi.

<< Dopo Martha ti sei fermato per tanti anni, ti eri quasi convinto di essere guarito, non è vero? Poi arrivò il Vietnam, e tutte quelle povere ragazze a disposizione di voi soldati per pochi dollari. All’inizio eri come gli altri, andavi dalle prostitute grandi e con tanta esperienza. Sembrava anche piacerti, poi venne quel pomeriggio nel ’67. Ti sei fatto convincere da Peter, tuo degno compare. Siete andati in quel bordello, dove c’erano ragazze un tantino più giovani.

Chiamarle ragazze è esagerato, erano bambine e tu lo sapevi. Entraste in quella stanza come leoni su un cucciolo di zebra. L’unica differenza è che i leoni agiscono per istinto, seguono la loro natura, voi eravate comandati dalla malattia e dalla cattiveria che la depravazione aveva portato nelle vostre menti.

In meno di trenta minuti, dopo aver tolto a quella povera bambina le ultime briciole d’infanzia che gli erano rimaste, gli avete strappato il suo futuro e tolto la vita. La guerra, che tu usi come scusa, ti ha salvato il culo mio caro. Avete sparso la voce che quel bordello era piano di spie, inondato l’intero edificio di napalm ed insabbiato il vostro crimine prima ancora che qualcuno si accorgesse che era morta una bambina di tredici anni.

Quello divenne uno dei tanti crimini di guerra che furono commessi in quelle terre. Nessuno seppe quello che avevate fatto, ma la coscienza è una brutta bestia, quando meno te lo aspetti ti rinfaccia tutto. Peter si è fatto una dose di eroina di troppo l’anno scorso, è sceso all’inferno con ancora la siringa attaccata al braccio. Ora è il tuo turno mio caro Sammy, non vuoi raggiungere il tuo amico? Chiede sempre di te>>

Un raptus di pazzia prese il sopravento e Sam, accecato dalla rabbia, strappò il quadro dalla parete e tagliò la tela con un coltello che portava sempre con sé nel giaccone. Fece la tela in tanti piccoli pezzi, sembravano coriandoli di carnevale. Finito il lavoro si guardò in giro, c’erano pezzi di quadro sparsi dappertutto, guardò infine la lama del coltello e si diresse in bagno. Si spogliò ed entrò in doccia, l’acqua calda iniziò a scivolargli lungo il corpo mentre lui seduto a terra, iniziava a tagliarsi le vene. Uscì rapidamente dalla doccia per pochi secondi, il tempo di scrivere un nome sullo specchio con il suo stesso sangue.

Hùong

Il sangue sul vetro iniziò a calare, deformando leggermente le lettere. Sam tornò rannicchiato sul pavimento della doccia, mentre l’acqua calda cascava a pioggia sulla testa. Venne trovato il giorno dopo dalla cameriera che entrò nella stanza insospettita dal ritardo del cliente. Il medico che entrò per accertare la morte tramite suicidio di Sam, trovò il quadro appeso alla parete e un pezzo di pelle di serpente sotto il letto. Sam venne portato via e il quadro è ancora lì, con gli occhi spalancati pronti a giudicare ogni tuo peccato.

Clementi Simone

Immagini prese da Google Immagini

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