LA CONFESSIONE

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Attraverso l’autostrada che passa in mezzo al deserto del Nevada, un uomo in sella alla sua moto sta viaggiando senza meta. Si è lasciato alle spalle la sua tranquilla vita di città anni fa, per assaporare la voglia di libertà, avere il potere sulle proprie decisioni e poter dire al mondo “Posso fare quello voglio, quando mi pare”. La moto, una Harley Davidson rossa, sfreccia tra la polvere e i camion che gli passano accanto suonando. Lui risponde sempre con il dito medio, ha un fucile a pompa posizionato dietro la gamba destra e sempre con un colpo in canna. Non ha paura, ha scelto la strada come casa e uno stile di vita al limite della legalità.

Raggiunge uno di quei piccoli centri urbani poco abitati. Fa una piccola tappa all’interno di una fattoria e poi si dirige in una chiesa cattolica costruita un paio di secoli prima. Pareti bianche, modesto piazzale di fronte dove parcheggiare al massimo una ventina di autovetture a spina, tetto piatto e portone in legno. Sono circa le dieci di un mercoledì mattina, sta viaggiando dalle otto ed è arrivato il momento della confessione.

Si confessa circa ogni due giorni, quando trova una chiesa che gli piace. Entra dal portone principale e il silenzio tipico delle chiese lo accoglie. Indossa dei jeans blu, in parte impolverati, stivali di cuoio di un nero sporco e consumato dal tempo ed una camicia di seta bianca inzuppata di sudore lungo la schiena. Nel piccolo zaino che porta sulle spalle ha un cambio completo e un giacchetto di pelle nera, la sera fa freddo sulla moto. Il portone fa un cigolio che annuncia la sua apparizione nella chiesa. Lui si toglie gli occhiali da sole, si sistema i capelli lunghi e li lega con una coda di cavallo. Da quando ha cambiato lavoro e vita, non li ha più tagliati.

Dal retro della chiesa appare un uomo basso, grassottello e vestito da prete. Indossa pantaloni neri, giacca grigia e collare bianco intorno al collo. Va incontro al forestiero incuriosito dall’improvvisa visita. A quell’ora nessuno entra nella sua chiesa, la maggior parte delle anime che compongono il suo modesto gregge, in quel momento si trovano in casa davanti alla televisione o al bar a discutere di sport e politica.

L’età media di The Big Rock è molto alta, sessanta o settanta anni circa. Big Rock venne costruita dai forestieri cercatori d’oro e affamati di terra che venivano dall’Europa. Intorno alla cittadina, negli anni, vennero scavate e poi abbandonate diverse miniere. Le montagne intorno erano ricche di materiale prezioso come oro e argento. Quando le vene si esaurirono, la città si svuotò lentamente e rimasero solo i più anziani e chi era riuscito a costruire una fattoria in quella dura terra. Il prete sembra essere un messicano, il suo accento quando si trova davanti al forestiero, conferma le sue origini.

<< Piacere figliolo, sono padre Miguel! Benvenuto nella mia umile chiesa, cosa ti porta qui?>>

<< Piacere Padre, mi chiamo Lars e ho bisogno di confessarmi>> la voce di Lars è calma e ferma, gli occhi chiari sembrano sputare ghiaccio perfino in quel posto infuocato dal sole. Padre Miguel ha un sussulto, un brivido gli attraversa la schiena. Cerca di non apparire impaurito e si ripete nella mente, che per quanto strano possa sembrare, quella che ha davanti è un’anima che ha bisogno d’aiuto e lui è lì proprio per quello.

S’incammina verso il confessionale mentre lo invita ad entrare ed indossa tutto il necessario per la confessione. Apre la piccola fessura che li separa ed inizia a parlare mentre si fa il segno della croce. Lars fa lo stesso dall’altra parte e bacia il crocifisso d’oro che ha appeso al collo.

<< Avanti figliolo, ti ascolto >>

<< Padre Miguel mi chiamo Lars Wilson. Vengo da Chicago e ho molto peccato>>

<< Cosa hai fatto Lars? Apriti con me ed il Signore ti perdonerà>>

<< Avevo una vita normale, ma l’ho lasciata per diventare un serial killer>>

Padre Miguel ha un sussulto, il suo cuore si ferma per un istante e la gola si secca ancora di più. Non riesce a parlare ma questo non ferma Lars, che continua la sua confessione.

<< Ho quarant’anni, e fino ai 35, sono stato un uomo normale. Moglie bellissima, figli ed un impiego in banca. Facevo il dirigente per la Goldman Stanley a Chicago. Il mio lavoro consisteva nel controllare le filiali di Atlanta e preoccuparmi che andassero bene. Avevo uno staff tutto mio che mi aiutava e una serie infinita di responsabilità che i miei capi non mancavano di ricordarmi, ogni giorno che il buon Dio mandava. Passavo le giornate al telefono, e sui numeri che apparivano e scomparivano sugli schermi del mio pc. Quando tornavo la sera, sperando nel meritato riposo, venivo assalito dal chiasso assordante dei miei due figli e di mia moglie.

James e Britney, rispettivamente sette e quindici anni, non la smettevano di litigare. James il più piccolo, era una vera e propria peste e non la smetteva di rompere le scatole alla sorella che, nel bel mezzo dell’adolescenza, era in preda alla voglia di libertà. Ha presente quegli anni dove non siamo né carne né pesce ma ci sentiamo già grandi? >>.

Il prete annuì con un filo di voce, il fatto che parlava dei figli al passato, lo faceva letteralmente rabbrividire.

<< Mia figlia Britney era al centro di questo ciclone ormonale. Io dovevo dividermi tra lei che mi chiedeva più libertà e litigava sempre con mia moglie, il piccolo James che sembrava uscito da un romanzo di Mark Twain e mia moglie Scarlett in pieno esaurimento nervoso. Scarlett faceva l’arredatrice interna quando la conobbi e lavorava per un grosso studio. Mi rivolsi al suo ufficio quando acquistai la mia prima casa a Chicago e il destino ci fece incontrare. Quando rimase incinta di Britney, dopo due anni di matrimonio ed io ricevetti la promozione che mi avrebbe portato a diventare dirigente, scelse di licenziarsi per accudire la casa e la famiglia. Fece tutto da sola, ero pronto ad assumere una babysitter per darle una mano, ma lei mi anticipò e mi disse che non voleva far cresce nostra figlia con un’estranea.

Acconsentii senza discutere, ma sono sempre rimasto dell’opinione che quella decisione non era farina del suo sacco. Scarlett amava alla follia quel lavoro, ma veniva da una famiglia tradizionalista dell’Iowa. I suoi avevano una grande fattoria e sua mamma non ha mai lavorato un giorno in tutta la sua vita. Lei fuggì da quel mortorio dopo le scuole superiori, frequentò il SAIC a Chicago e si laureò in disegno, la sua più grande passione. Dopo James, l’instabilità di Scarlett si fece molto più evidente, anche se lei negava sempre. Quello che era iniziato come un semplice stress, divenne un vero e proprio esaurimento nervoso.

Iniziai a fare tanti straordinari e tornavo sempre più tardi a casa. Quando non mi andava di rimanere in ufficio, mi fermavo al pub e così divenni anche alcolizzato. Scarlett iniziò a capire che abbandonare il suo lavoro era stata una grande cazzata, ma preferiva sfogare la sua rabbia e i suoi sogni infranti su me e i nostri figli, invece di ammettere lo sbaglio e trovare una soluzione al problema. Sono sicuro che se mi avesse parlato, le cose sarebbero andate diversamente padre>>

Padre Miguel mandò giù aria dalla gola prima di trovare il coraggio e chiedere: << Perché com’è andata figliolo?>>

Lars si prese qualche minuto per riflettere.

<< La situazione peggiorò di giorno in giorno, Britney e James erano sempre più tristi ed impauriti, Scarlett sull’orlo della follia, ed io mandavo giù una quantità enorme di Scotch ogni sera. L’apice venne raggiunto una sera invernale di fine novembre, la neve era già alta ai lati delle strade ed in giro si vedevano i primi addobbi natalizi. Rientrai alle quattro e mezza di mattina, stranamente mia moglie era sveglia e pronta a fare la guerra. Io ero molto ubriaco e senza la minima voglia di discutere, ma lei non era d’accordo con me ed iniziò ad urlarmi contro. Mi scagliò tutta la sua rabbia pregressa, accusandomi di essere la causa del fallimento della sua vita.

All’iniziò non feci nulla e questo evidentemente la fece innervosire ancora di più, venne da me ed iniziò a picchiarmi con quelle sue mani piccole e sempre in ordine. James e Britney si svegliarono, cercarono di far calmare Scarlett e mi ordinarono di sparire dalla loro vita. In quel momento, inaspettatamente, mi resi conto che li avevo persi tutti e tre. Non solo mia moglie, ma anche i miei figli. Non mi scorderò mai l’odio che vidi attraverso i loro occhi.

L’odio di tua moglie lo puoi sopportare e spesso è reciproco, ma vedere che i tuoi figli ti odiano e sapere dentro di te che hanno perfino ragione, sono cose che ti scombinano il cervello e dopo non sei più lo stesso. In quel momento dissi a tutti che sarei andato via, andai in camera e preparai velocemente la mia valigia con alcuni vestiti ed uscii da casa. Uscendo dissi a mia moglie che il giorno dopo avrei chiamato l’avvocato per le pratiche di divorzio. Parve soddisfatta e felice, per la prima volta dopo tanti mesi. Raggiunsi un hotel di mia conoscenza, prenotai una stanza e rimasi lì per tutto il giorno. Uscii solo la sera del giorno dopo, andai a cena fuori e dopo nel mio pub vicino casa.

Mentre bevevo l’ultimo bicchiere di scotch, mi vennero ancora in mente gli occhi dei miei figli che mi sputavano odio addosso. Padre, non so se esiste un Dio, ma sono sicuro che il male esiste perché l’ho sentito entrare dentro di me e costruirsi casa nel mio cuore. Era ormai notte inoltrata, il vento soffiava pungente per le strade vuote ed in casa stavano tutti dormendo. Avevo ancora le chiavi e così entrai senza far rumore, dirigendomi prima in cucina e poi in camera da letto dove dormiva mia moglie. Ero ubriaco come al solito, ma non sono mai stato uno stupido. Ho sempre letto gialli tascabili e mi presentai in casa con guanti, tuta nera e volto coperto.

Mia moglie non fece in tempo a svegliarsi che gli misi subito in faccia il cuscino, mentre con l’altra mano aprivo il suo stomaco con un grande coltello. Il letto si riempì di sangue ed interiora di Scarlett che smise subito di urlare e di vivere. Per i miei figli, che non si accorsero di nulla, riservai un trattamento più umano. Erano pur sempre i miei figli. Presi dalla tasca una pistola con un silenziatore e in pochi minuti raggiunsero la madre. Misi la casa sotto sopra e portai con me alcuni oggetti preziosi per fingere una rapina andata male.

Mi cambiai brevemente in macchina e fingendo spavento e rabbia mi recai dalla polizia per raccontare quello che avevo visto in casa rientrando. Riuscii perfino a piangere con grossi singhiozzi, mentre raccontavo la scena che avevo davanti agli occhi. Forse il male dentro di me, in quel momento, si era preso una pausa. Mi diedero una bottiglia d’acqua e cercarono nei mesi successivi d’interrogarmi ripetutamente, sospettavano di me era chiaro, ma non avevano nessuna prova. Ero stato attento a tutti i dettagli. Dopo un anno archiviarono il caso ed io incassai perfino una grossa somma dall’assicurazione che fece Scarlett e mia insaputa. Così decisi di partire e di vivere in giro per gli Stati Uniti in sella alla mia moto.

Diedi le dimissioni e partì una mattina di primavera, quando il sole è alto e inizia a sciogliere il gelo invernale. Ho smesso perfino di bere, mi concedo solo qualche innocente birra ogni tanto. Non ho più voglia di bere tanto da quando ho ucciso la mia famiglia. Ho un’altra sete adesso che non posso più ignorare. Come le dicevo prima Padre, il male esiste e si è insediato dentro di me.

Mi parla e mi spinge ad uccidere le persone nei modi più atroci. Gli ultimi sono stati due vecchietti poche ore fa in una fattoria rossa all’inizio del paese. Li ho squartati mentre ancora dormivano>>

Padre Miguel, sempre più senza fiato e pallido nel viso, uscì di corsa dal confessionale e guardò dritto negli occhi Lars che nel frattempo era uscito anche lui. Si trovavano entrambi davanti all’altare, faccia a faccia.

<< La fattoria dei Mc Creery!?>>

Per la prima volta, Padre Miguel urlò nella sua chiesa.

<< Si, credo di aver letto così nella cassetta postale>>

Lars non si scompose, sembrava quasi che avesse previsto tutto, persino la reazione del prete che ora era ancora più sconvolto ed impaurito.

<< Hai ucciso i miei genitori bastardo! Mi hanno adottato e cresciuto con tanto amore e tu li hai squartati!>>

Padre Miguel sentiva la rabbia salirgli, era la prima volta che diceva una parolaccia. Ma qualcosa lo bloccava, probabilmente era l’estrema calma del pazzo che aveva davanti. Anche se il prete non ci fece caso, Lars ebbe un leggero sussulto sentendo Padre Miguel dire una parolaccia. Non era quel genere di cose che si sentivano tutti i giorni. Durò il tutto un paio di secondi, poi il motociclista straniero tornò sui suoi passi.

<< Mi dispiace molto Padre, sono veramente dispiaciuto ma non è colpa mia. Mi è stato ordinato dal male che vive dentro di me. Posso farmi perdonare cercando di farle raggiungere i suoi genitori. Con il suo permesso, ovviamente>>

Padre Miguel si girò di scatto ed iniziò a correre verso l’uscita come una gazzella che ha appena visto un leopardo dietro la siepe. Lars, che aveva tirato fuori la sua pistola con il silenziatore mentre stava parlando, mirò alla schiena del prete e fece fuoco.

Era la stessa pistola che aveva usato contro i suoi figli. Il Prete, che quella mattina aveva preparato una torta per l’anniversario dei suoi genitori, si accasciò a terra. L’ultima cosa che vide fu la rappresentazione di un famoso santo su un quadro appeso nella parete est della chiesa.

Lars scavalco il cadavere del povero prete ed uscì dalla chiesa con i suoi occhiali da sole indossati. Montò sulla sua moto rossa e continuò il suo psicopatico viaggio. Si fermò solo due giorni dopo. Un’altra piccola citta, un’altra chiesa ed un altro prete pronto a riceve la sua confessione.    

Clementi Simone

Immagini prese da Google Immagini

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