RIEMPIMI IL BICCHIERE

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Un uomo solitario con un impermeabile marrone chiaro entra in un piccolo pub in una via poco illuminata di un quartiere di Roma. È sporco di sangue ma non è il suo. Lo stato confusionale è evidente e il ragazzo dietro al bancone, preso alla sprovvista, sta già chiamando le forze dell’ordine, quando viene fermato.

<< Aspetta ragazzo, lasciami spiegare e raccontare la mia storia, dopo sarò io stesso a chiamare la polizia>>

Michele non sa cosa fare, quello che ha davanti è un uomo in difficoltà, con evidenti macchie di sangue sull’impermeabile e sul colletto della camicia. Ha aperto questo piccolo pub con il suo miglior amico circa quattro mesi fa. Stanno cercando di farsi conoscere ma, come è normale che sia, sono molte le serate che passano da soli senza nessun cliente. Quella sera Davide ha deciso di stare a casa per riposarsi, è stato proprio Michele a suggerirglielo.

Il lavoro è poco e lui ha bisogno di riposo. Non ha ancora lasciato il vecchio impiego e la stanchezza inizia a farsi sentire. Michele è sempre stato un tipo un po’ solitario, ama ritagliarsi dei momenti di solitudine, con la sola compagnia dei libri.

Anche quella sera, quando lo strano signore entra nel pub, lui sta leggendo un romanzo fantasy. L’amore per le storie e la voglia di evadere dalla realtà, anche se per qualche minuto, lo spingono a posare il telefono e ad ascoltare il suo strano cliente, l’unico della serata.

<< Va bene, sentiamo cosa ha da dire. Vuole anche qualcosa da bere?>>

Lo strano cliente si siede su uno degli sgabelli rossi e neri posizionati davanti al bancone e tira fuori una banconota da cinquanta euro.

<< Questi sono per te, versami qualcosa di forte ogni volta che il bicchiere sarà vuoto, almeno finché non avrò finito di raccontare. Se supererò l’importo dimmelo, ti darò altri soldi>>

Michele, sempre più incuriosito, si gira verso le bottiglie per scegliere il liquore adatto ad accompagnare la strana conversazione. Gli occhi si fermano su una nuova bottiglia che

avevano scaricato il giorno prima. É un bourbon invecchiato di sette anni che fanno in

Texas. Michele ha quasi una passione per il whisky americano e il bourbon, lo ritiene la bevanda adatta ad accompagnare la lettura e le numerose playlist che mette quando sta da solo nel locale. Suona la chitarra dall’età di dieci anni e non ha suonato nient’altro che musica blues. Prende la bottiglia in mano e la mostra al cliente con l’impermeabile mentre si allontana per prendere del ghiaccio da mettere nei bicchieri.

<< Questo bourbon mi è arrivato ieri, dicono sia eccezionale. Le va bene?>>

<< Andrà benissimo>>

La risposta è distratta, ha un grosso peso sullo stomaco e vuole liberarsene alla svelta. Michele lo capisce e inizia a versare il liquido, in attesa dell’inizio della storia. I bicchieri tintinnano per un piccolo brindisi, entrambi mandano giù un sorso. Il sapore è ottimo, gli anni e il luogo scelto per l’invecchiamento, hanno dato al liquore un retrogusto di frutti tropicali.

Il Cliente misterioso guarda in silenzio il bicchiere e il liquore al suo interno, ruotare e seguire il gesto della sua mano. Sembra riordinare le idee, dalla radio esce della buona musica, Michele è in attesa tra l’agitato e il curioso. Sembra una scena tratta da uno dei romanzi che si porta al negozio.

<< Mi chiamo Castiel Sabato e sono un impiegato delle poste. Lavoro allo sportello e fino a quel tremendo giorno di due anni fa, conducevo una vita normale. Sposato e con una bellissima bambina di due anni, Isabelle. Eravamo sposati da cinque anni quando mia moglie Lorenza rimase incinta. Ricordo perfettamente la sera che me lo disse. Era estate, faceva un caldo tremendo, ricordi il caldo eccezionale di quattro anni fa?>>

Michele annuisce con la testa senza parlare, non vuole interromperlo. Prende solamente la bottiglia di bourbon e riempie di nuovo i bicchieri. Fuori la notte è silenziosa e strana, nessuno che gira per le strade ed un leggero vento freddo ad abbassare ulteriormente le temperature. Sembra che anche fuori ci siano le condizioni perfette per accogliere quella che sembra una storia poco normale.

<< Era metà luglio e stavamo provando ad avere figli già da circa un anno e mezzo. Lo facevamo sempre, avevamo provato di tutto e ascoltato  tutti gli esperti. Gli esami non avevano rivelato problemi né da parte mia, né da parte sua, eravamo perfettamente normali, ma questo figlio non arrivava.

Quella sera rientrai dal lavoro molto stanco, avevo fatto il turno di sera fino alle sei ed affrontato ogni tipo di problema, dalle pensioni ai conti correnti, alle carte smarrite o bloccate, una normale giornata d’inferno alle poste insomma.

Lorenza era stranamente di ottimo umore, mi salutò calorosamente appena sentì la porta aprirsi, per poi tornare a cucinare canticchiando un tormentone che si sentiva spesso per le radio quell’anno. Non ci feci caso, non all’inizio, pensavo che avesse avuto una giornata felice o ricevuto una bella notizia dalla madre o dalla sorella. Buon per lei.

Mi diressi dritto sotto la doccia e mi vestii comodamente con dei calzoncini da calcio e una maglietta a maniche corte. Come sempre mi sedetti sul divano con la mia pipa e accessi la tv in attesa della cena. Lorenza venne un paio di volte, sempre con quel sorriso sul viso, lo stesso che mi aveva accolto poco prima insieme ad un “ciao Amore!”.

Mi chiese le solite cose, com’era andata la giornata e se andava bene un po’ di pasta al ragù per cena. Risposi che la giornata era meglio dimenticarla e che la cena andava benissimo. A pranzo avevo mangiato solamente un tramezzino, avrei mangiato perfino dei sassi quella sera. Mi chiamò dalla cucina alle otto precise, ma inspiegabilmente, trovai una tazza al posto del bicchiere. La guardai stupito, forse non era di buon umore, era diventata matta tutto in un giorno.

Lei con quel sorriso sempre più largo e luminoso che illuminava tutta la stanza, mi chiese innocentemente “non noti nessun particolare sulla tazza?” stavo diventando nervoso più del dovuto, avevo fame e la pasta calda fumava davanti a me. “noto che è una tazza e non è ora di colazione, vuoi spiegarmi meglio?”. Senza perdere la pazienza si alzò e venne da me rigirando la tazza e

indicandomi il disegno  sulla ceramica bianca. C’era una cicogna e teneva un bambino avvolto in un lenzuolo.

Mi scesero immediatamente le lacrime, la guardai e gli chiesi se era vero, lei disse di sì e ci abbracciammo entrambi emozionati. Cambiammo casa e venimmo ad abitare qui vicino,

con un mutuo di trent’anni, acquistammo una casa più grande pronta ad accogliere il nostro bambino.  Sembrava  tutto  perfetto,  perfino  quella  domenica  mattina  il  sole  sembrava

salutarci, augurandoci buon divertimento. Dalla parte opposta della strada, proprio di fronte al nostro portone, c’è il vecchio Gino, un edicolante simpatico che sta lì da trent’anni. È uno

scrittore mancato ed un appassionato di riviste, lo conosce tutto il quartiere. Quella mattina

Lorenza prende per mano Isabelle e mi dice che va a comprare qualcosa da leggere per noi e giochi da spiaggia per la bambina. Sarebbe tornata con un nuovo giallo tascabile per lei e il

giornale sportivo per me. Ho la scena davanti agli occhi tutte le notti, finché non mi sveglio

urlando. Il medico mi ha consigliato un suo amico psicologo che a sua volta mi ha dato delle pasticche per l’ansia. Non sono servite a molto, forse da stanotte riuscirò a dormire>>.

Quell’ultima frase  gela il  sangue di  Michele che  butta giù un  altro  sorso  di  bourbon distratto. Guarda velocemente l’orologio, è l’una passata, il pub chiude alle due ma lui abbassa la serranda fino a metà.

Quel giorno non sarebbe entrato nessuno e lui ormai voleva sentire la fine della storia. Manda velocemente un messaggio al suo amico e socio. Gli dice che non hanno fatto molti soldi ma che sarebbe rimasto al negozio con un’amica fino a tardi.

Un “OK” seguito da tante faccine ridenti, è la risposta del suo amico. Sarebbe stato troppo complicato spiegargli il vero motivo. Castiel guarda il bicchiere cercando di riordinare i ricordi o di trovare il coraggio per svuotarsi e tirarli fuori una volte per tutte.

<< Le vidi entrambe attraversare la strada, Isabelle saltellava nel suo costumino e gonnella a fiori, lo stesso completo che aveva Lorenza. Li aveva acquistati entrambi su internet ad un prezzo veramente basso. Seguì la loro camminata fino all’edicola e poi mi abbassai per caricare i bagagli.

Quel giorno erano iniziate le ferie per entrambi e stavamo partendo per la Puglia, lei era nata nel Gargano e stavamo raggiungendo sua madre e sua sorella.

Non vidi nulla all’inizio, stavo con la testa nel portabagagli e sentii solo una frenata tremenda, seguita da un impatto altrettanto devastante. Quando rialzai di corsa la testa, vidi mia moglie e mia figlia balzare in aria per alcuni metri per poi atterrare sull’asfalto rovente. La macchina, un Audi nera guidata da un ragazzo giovane, fece manovra e scappò via tra lo stupore generale. Io rimasi impietrito per alcuni secondi, non ci credevo.

Non stava accadendo veramente a noi, non lo meritavamo. Corsi verso mia moglie e mia figlia e quello che vidi non lo dimenticherò mai, cercai invano di rianimarle ma erano già una maschera di sangue. Isabelle morì sul colpo, Lorenza dopo alcuni giorni di coma. Ero letteralmente distrutto, tutto il mio mondo crollò come una vecchia costruzione durante un terremoto.

Gino l’edicolante ebbe la prontezza di annotarsi la targa dell’auto e con quella riuscirono a rintracciare il ragazzo che aveva investito la mia famiglia. Lo arrestarono per omicidio stradale ed omissione di soccorso.

Veniva da una serata in un locale ed era pieno di alcol e droga. Figlio di papà, con molti soldi per pagarsi i migliori avvocati, arrivarono a chiedere l’appello fino in cassazione. Nei primi due processi, lo condannarono per molti anni, ma in cassazione un giudice riuscì a trovare dei cavilli per diminuire di molto gli anni di carcere.

L’uomo che uccise il resto della mia famiglia, si fece solamente sei anni  ed uscì per buona condotta dopo tre processi lampo e  tante scuse da parte della giustizia. Mi sentii tradito. Ammazzarono mia moglie e mia figlia per la seconda volta. Guardai quel ragazzo spavaldo, il giudice e il suo avvocato con una calma che metteva paura. Quel briciolo di lucidità e buon senso che mi erano rimasti

nella mia mente, volarono via alla lettura della terza sentenza, come le cartacce gettate a terra in una giornata di vento. Il giorno dopo mi licenziai dal lavoro, diedi le dimissioni ed aspettai la liquidazione rinchiuso a casa a studiare e bere birra.

Il giorno che mi arrivò il bonifico in banca ero l’uomo più felice del mondo. Finalmente avevo  i  mezzi per  divertirmi. Sentivo le  voci  di  Lorenza e  Isabelle che  esultavano e

incoraggiavano i miei pensieri dannati. Con il ragazzo è stato facile, i giovani amano il web

e i social. Mi bastò creare un profilo falso con il nome di una ragazza e alcune foto ritoccate di Lorenza da giovane. Lui, pieno di sé e sicuro dei propri mezzi, abboccò con tutte le scarpe ed iniziò a mettere alcuni “like” alle mie foto dopo averlo aggiunto. Gli dissi che ci eravamo  conosciuti  in  una  discoteca  ma  che  eravamo  troppo  ubriachi  perché  lui  si ricordasse.

Conoscevo le sue abitudini, e tramite i suoi profili sapevo che quando non gli bastava l’alcol si dirigeva verso le periferie per fare “acquisti”. Dissi di essere una ragazza che studiava infermiera e abitava proprio in una delle periferie che lui frequentava abitualmente con i suoi amici. Studiai tutto alla perfezione e gli diedi appuntamento un venerdì sera di tre mesi fa.

Mi ci vollero molte ricerche e dovetti fare parecchi favori, ma finalmente riuscii anche a trovare una pistola. Quando venne sotto casa con una macchina nuova, ancora più potente di quella usata la domenica maledetta, uscii da un cespuglio senza fiatare, non gli lasciai nemmeno il tempo di capire cosa stesse capitando.

Scaricai tutto il caricatore sul suo corpo, il silenziatore fece un buon lavoro e nessuno si accorse di nulla. La strada era poco illuminata ed io me ne andai in fretta con un sorriso liberatorio sul viso.

Mentre tornavo a casa vidi Lorenza seduta al mio fianco, Isabelle sul seggiolino dietro che dormiva e mia moglie che mi prendeva per mano. Era tutto nella mia mente, ne ero consapevole, così come ne sono consapevole ancora oggi, ma non puoi capire la gioia che mi diede immaginarmi quella scena il quel momento>>

<< Ora ricordo la tua storia e quel ragazzo morto ammazzato in una strada di periferia. Dissero che era morto per un regolamento di conti>> Michele ricostruì il tutto nella sua mente, mentre versava altro liquore nei bicchieri. Iniziavano a biascicare entrambi.

<< Ascoltai al telegiornale regionale l’intera storia e devo confessarti che ero felice di sapere che quel bastardo aveva fatto la fine che meritava. Mi dispiace tantissimo per tua moglie e tua figlia>>

<< Grazie ragazzo, lo apprezzo tanto perché leggo del sincero dispiacere nei tuoi occhi. Comunque l’aver trovato la droga nella tasca della sua giacca, aiutò molto ad avvallare la teoria del regolamento di conti.

Io per non destare sospetti partii per una vacanza che durò fino a circa una settimana fa. Non ero contento e non lo era nemmeno la mia famiglia che continuava a parlarmi nella mia mente.

Con il giudice fu più difficile, dovetti studiare molto bene la sua posizione e pedinarlo per molti giorni. Al contrario del ragazzo, lui non aggiornava i social circa la sua vita privata. Ma tutto è possibile quando sei mosso dalla volontà e dalla sete di vendetta. Studiai la sua vita pedinandolo per tutto il giorno con una macchina presa a noleggio.

Aveva anche lui una famiglia e questo mi fece salire ancora di più la rabbia. Come poteva un padre di famiglia, di fronte ad una storia come la mia, emettere una sentenza totalmente a favore dell’assassino. Scoprì che era figlio unico, che aveva una mamma anziana che abitava in una grande casa isolata in campagna, fuori Roma.

Andava a trovarla tutte le domeniche mattina, a volte da solo a volte con la famiglia. Quello era lo scenario ideale per attuare il mio piano, dovevo solo studiare il modo più veloce ed insospettabile. Il giorno perfetto fu ieri, domenica e lui venne da solo a trovare la mammina.

Avevo programmato tutto nei minimi dettagli, volevo vendetta ma non problemi.

In Italia si fa presto a passare da innocente a colpevole, basta un piccolo dettaglio. Attesi la sera nascosto nella mia macchina, lungo il viale poco illuminato che portava alla sua casa. Lui era già in casa da molto tempo, lo vedevo da lontano con il mio binocolo. Ignaro di tutto si godeva la domenica in famiglia. Uscì verso le dieci, vidi il suo grande Suv avanzare deciso e così mi misi in mezzo per costringerlo a fermarsi.

Scese dalla macchina, innervosito da quell’imprevisto e iniziò ad inveire contro di me. Quando scesi dalla macchina, i suoi occhi si spalancarono di fronte alla mia torcia. In quel momento, tutti i buoni propositi sul non rimanere coinvolto e fare un lavoro pulito, andarono a farsi benedire. Sentivo le voci nella mia testa gridare: “Fagli male tesoro, vendicaci” “Sì papà, fallo soffrire come abbiamo fatto noi”. Il grosso coltello, legato in vita nella parte sinistra dei pantaloni, si ritrovò sulla mano mentre gli saltai addosso. Non ebbe il tempo di reagire, un colpo forte alla nuca con la torcia di ferro, lo spedì nel mondo dei sogni.

Lo legai e lo imbavagliai, era una strada isolata ma non volevo che le sue grida attirassero troppo l’attenzione. Dopo solo dieci minuti da quando si era fermato, era nelle mie mani. Finalmente. Mia moglie e mia figlia ballavano, divertite ed eccitate, nella mia testa. Iniziai dalle braccia, poi il ventre ed infine le gambe e i genitali. Quello che rimase fu un corpo dilaniato, un fiume di sangue sparso dappertutto e un espressione di terrore imprigionata sul suo viso.

Era proprio quello che volevo, quello che avevo sognato tutte le notti dal giorno dell’ultima sentenza. Come vedi sono venuto qui, diretto senza neanche cambiarmi. Sono venuto a festeggiare, ma non solo>>

Castiel si ferma e Michele lo guarda incuriosito, non capisce dove vuole arrivare. È troppo ubriaco per intuire, per capire. Castiel tira fuori, dall’impermeabile insanguinato, una pistola e la punta dritto in faccia a Michele, mentre con l’altra mano, tira fuori il suo telefonino. Scorre velocemente le immagini del profilo aziendale del pub e si ferma su una foto scattata un  sabato sera.  Uno  dei classici sabati dove c’era tanta gente e  lui  e  il  suo  socio si dividevano tra servire dietro il bancone e scherzare con i clienti fuori dal locale.

<< Questi li riconosci? Lurido pezzo di merda? >> i suoi occhi sembrano voler uscire dalle orbite, la pazzia si è impadronita completamente di lui. Michele si rivede nella foto, abbracciato con un ragazzo ma continua a non capire.

<< Sono io con un cliente, ma non capisco Castiel. Cosa c’entro io con la tua storia? >>

<< Quello al tuo fianco è il pezzo di merda che ha investito mia moglie e mia figlia, la sera prima era venuto a bere da voi. È colpa vostra se si è ubriacato ed ha investito la mia famiglia>>

Castiel biascica ed ha il respiro affannato, gli tremano le mani e punta sempre la pistola sulla faccia di Michele che ora ricollega tutto ed ha paura. L’uomo che ha davanti è completamente andato e sparerà se non cerca di fargli capire la sua innocenza.

<< Ascolta Castiel, non è colpa nostra. Non potevamo sapere come sarebbe andata a finire, noi facciamo solamente il nostro mestiere. Sono d’accordo con te hai fatto bene ad uccidere

sia il ragazzo che il giudice, ma io non c’entro nulla credimi. Nemmeno lo conoscevamo, quella sera era la prima volta che lo vedevamo entrare qui>>

Michele ha sempre più paura e la sua voce è sempre più tremolante. Castiel non vuole scuse e non conosce ragioni, ha emesso la sua personale sentenza ed ha condannato a morte anche lui. Spara due colpi, il primo va ad incastrarsi sul muro dietro Michele, il secondo in mezzo alla sua fronte. Michele cade a terra mentre Castiel lo guarda per un secondo, poi s’infila la pistola in bocca e spara di nuovo.

Clementi Simone

Immagini prese da Google Immagini

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